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Letteratura italiana
SAGGIN s.r.l.
Contesto storico e culturale

Nasce nella seconda metà del Settecento, dopo la scoperta degli scavi di Ercolano e Pompei (1738–1748) e le teorie di Johann Winckelmann, che descrive l'arte greca come "nobile semplicità e quieta grandezza". Si sviluppa in parallelo all'Illuminismo e alla Rivoluzione Francese: Grecia e Roma rappresentano modelli di libertà, virtù civica, razionalità. Napoleone usa il gusto neoclassico come propaganda imperiale.

Ideali e valori fondamentali
  • Imitazione dei modelli classici greci e latini come ideale di perfezione
  • Bellezza come armonia, equilibrio, proporzione — il "bello ideale"
  • Razionalità e controllo delle passioni
  • Arte come strumento di educazione civile e morale
  • La natura come luogo di serenità e ordine
  • Funzione eternatrice della poesia: tramandare la memoria degli eroi
Caratteristiche stilistiche
Linguaggio aulico e sublimeEndecasillaboMitologia classicaInversioni e anastrofiStrutture sintattiche ampieEquilibrio formaleArmonia e compostezza
Esponenti principali

In letteratura: Foscolo (nelle odi e in parte nei Sepolcri), Pindemonte. In arte: Antonio Canova (scultura), Jacques-Louis David (pittura). In architettura: stile tempio greco nelle ville e nei palazzi dell'epoca napoleonica.

La vita - elementi chiave per l'orale
Nascita e formazione

Nasce il 6 febbraio 1778 a Zante (isola greca, Repubblica di Venezia). Studia a Spalato, poi si trasferisce a Venezia dove frequenta i salotti culturali. Entusiasta dei principi di libertà e uguaglianza della Rivoluzione francese.

Delusioni politiche

Il Trattato di Campoformio (1797) — con cui Napoleone cede Venezia all'Austria — è la sua grande delusione. Capisce che Napoleone agisce per calcolo politico, non per ideali. Questo trauma alimenta tutta la sua opera.

Esilio e morte

Dopo le delusioni napoleoniche, lascia Milano nel 1815, va in Svizzera poi in Inghilterra (1816), dove muore il 10 settembre 1827 in condizioni economiche difficili. Le sue spoglie sono poi tumulate a Santa Croce, Firenze.

Come dire all'orale: "La vita di Foscolo è inseparabile dalla sua opera: ogni sua delusione — Campoformio, la caduta di Napoleone, l'esilio — si trasforma in poesia e in riflessione sui grandi temi dell'esistenza."
Pensiero e poetica
Tra materialismo e illusioni

Foscolo accetta il materialismo illuministico: la vita è effimera, la materia si dissolve. Ma contrappone a questa visione pessimistica le illusioni: affetti, bellezza, patria, gloria, poesia. Non sono inganni — sono valori che danno senso alla vita e la rendono sopportabile.

La poesia come funzione eternatrice

La poesia ha tre funzioni fondamentali: eternatrice (tramanda il ricordo degli eroi), civilizzatrice (educa l'umanità ai valori nobili), rasserenante (eleva l'animo verso il bello ideale).

Temi fondamentali
Esilio e patriaLa bellezzaLa morteLe illusioniLa tombaLa memoriaLibertà e ideali
Opere principali
Ultime lettere di Jacopo Ortis (1798–1817)

Romanzo epistolare autobiografico. Jacopo, giovane patriota, fugge dai colli Euganei dopo Campoformio, si innamora di Teresa (ispirata a Isabella Roncioni), ma lei sposa Odoardo. Jacopo viaggia per l'Italia, incontra Parini, matura la sua visione pessimistica del mondo, e alla fine si suicida. Temi: delusione politica, amore impossibile, esilio, illusioni. Modello: Goethe (I dolori del giovane Werther). Tecnica: due voci narranti — Jacopo in prima persona e Lorenzo, narratore esterno e onnisciente.

Sonetti maggiori (1802–1803)

Quattro capolavori: Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Musa. Equilibrio classico nella forma (due quartine + due terzine in endecasillabi), temi preromantici nei contenuti: esilio, morte, malinconia, bellezza della patria lontana. Alla sera: meditazione sulla morte come pace. A Zacinto: nostalgia per la patria (Zante = Ulisse = esilio senza ritorno). In morte del fratello Giovanni: il suicidio del fratello, il dolore dell'esule.

Dei sepolcri (1807)

Carme in endecasillabi sciolti (295 versi), dedicato a Ippolito Pindemonte. Nasce dalla discussione sull'Editto di Saint-Cloud (1806), che vietava le sepolture nelle chiese e imponeva tombe uguali per tutti. Foscolo riflette sul valore civile e laico della tomba: non come luogo religioso, ma come legame tra vivi e morti, ispiratrice di nobili azioni, e come strumento della poesia eternatrice. Quattro parti: tomba come legame d'affetti / sepolcri come simbolo di civiltà / sepolcri come ispiratori di nobili azioni / celebrazione della poesia eternatrice. Stile: sublime, aulico, endecasillabo sciolto, sintassi complessa.

Le Grazie (1803–1822, incompiuto)

Poema mitologico-neoclassico. Le tre Grazie rappresentano la bellezza e l'armonia dell'arte classica come rifugio dal "reo tempo" (il mondo contemporaneo corrotto). Foscolo le celebra come protettrici della civiltà.

Odi (A Luigia Pallavicini, All'amica risanata)

Due odi neoclassiche che esaltano la bellezza femminile come valore assoluto e consolatorio, con immagini mitologiche e tono sublime.

Foscolo tra Neoclassicismo e Romanticismo

Foscolo è un autore di transizione: neoclassico nella forma (uso dei miti greci, endecasillabo, linguaggio aulico, ideale di armonia e bellezza), preromantico nei temi e nei contenuti (passione, esilio, morte, inquietudine, pessimismo storico, autobiografismo).

Come dire all'orale: "In Foscolo forma e contenuto vanno in direzioni opposte: nei Sepolcri usa versi nobili e aulici per esprimere un dolore profondamente romantico. Questo lo rende un caso unico nella letteratura italiana."
Contesto storico e culturale

Nasce ufficialmente in Germania nel 1798 con i fratelli Schlegel e la rivista "Athenäum". In Inghilterra si afferma nel 1798 con le Ballate liriche di Wordsworth e Coleridge. In Francia con Madame de Staël (De la littérature, 1800). In Italia la data simbolo è il 1816 con l'articolo di Madame de Staël sulla "Biblioteca Italiana", che scatena la polemica classico-romantica.

Temi e valori fondamentali
  • L'irrazionale, le passioni, il sentimento contro la ragione illuministica
  • La Sehnsucht: desiderio di un bene indefinito e irraggiungibile, nostalgia verso l'infinito
  • Il titanismo: l'eroe romantico in lotta contro le regole sociali
  • Il vittimismo: il genio incompreso, esiliato, in conflitto con la società
  • L'esotismo spaziale e temporale: fuga verso luoghi lontani o epoche passate (Medioevo)
  • Il rapporto mistico con la natura: non fonte di armonia ma di spiritualità
  • L'attrazione per la morte come fuga dal dolore o ricongiunzione con l'Assoluto
  • Il patriottismo e il nazionalismo (soprattutto nel Romanticismo italiano)
Il Romanticismo italiano — caratteristiche proprie

In Italia il Romanticismo si intreccia con il Risorgimento: il tema principale non è solo l'interiorità individuale, ma la lotta per la libertà e l'indipendenza nazionale. Il poeta è un vate — un profeta con una missione civile. Il pubblico di riferimento è la borghesia. Si afferma il romanzo storico (Manzoni) e la poesia patriottica (Berchet, Mameli). Manzoni accetta il rifiuto dell'imitazione classica ma respinge il fantastico e l'irrazionale: la letteratura deve educare ai valori civili e morali.

Caratteristiche stilistiche
Stile libero da regoleGeneri mistiLinguaggio semplice (per il popolo)Musicalità e ritmoFrammento liricoAutobiografismoMetafora e simbolismo
La vita - Alessandro Manzoni (1785–1873)
Nascita e famiglia

Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785 dal conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, figlia del giurista ed economista Cesare Beccaria. Sui genitori naturali sono stati sollevati dubbi: si ritiene che il padre naturale sia stato Giovanni Verri, fratello minore di Alessandro, il fondatore del "Caffè". Pietro Manzoni e Giulia Beccaria si separarono presto e il piccolo Alessandro visse con grande sofferenza la difficile situazione familiare.

Infanzia e formazione

Tra il 1791 e il 1801 compì i primi studi a Merate e a Lugano nel collegio dei padri Somaschi, e poi a Milano nel collegio dei padri Barnabiti. Acquisì una buona cultura umanistica ma maturò anche il rifiuto dell'educazione rigidamente cattolica, posizioni anticlericali e idee giacobine e libertarie (si esprimono nel poemetto Il trionfo della libertà, 1801). Terminati gli studi, si trasferì nella casa paterna a Milano, dove si avvicinò alla filosofia illuministica e alle teorie razionalistiche, e frequentò i circoli intellettuali, conoscendo Monti, Foscolo, Francesco Lomonaco e Vincenzo Cuoco.

Gli anni parigini (1805)

Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi, in seguito alla morte del compagno di lei Carlo Imbonati. Durante il soggiorno parigino frequentò gli idéologues (gli "ideologi"), e in particolare Claude Fauriel (1772–1844), che lo indusse ad abbandonare l'estetica neoclassica e ad aprirsi alla sensibilità romantica.

Il matrimonio, la conversione e il ritorno a Milano (1808–1810)

Nel 1808 tornò in Italia e sposò la giovane svizzera Enrichetta Blondel, di fede calvinista. La conversione al cattolicesimo fu decisiva: a Parigi, il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone, Manzoni smarrì la moglie tra la folla e fu colto dall'angoscia; si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove avrebbe avuto la folgorazione divina che lo indusse a convertirsi. La conversione non fu un singolo evento improvviso, ma il risultato di un processo lungo e meditato affrontato insieme al primo padre spirituale, il giansenista Eustachio Degola, e poi continuato dal canonico Luigi Tosi, entrambi di formazione giansenista. Nel giugno 1810 si stabilì a Milano dedicandosi esclusivamente alla letteratura.

Il secondo soggiorno parigino e il ritorno a Milano (1819–1823)

Tra il 1819 e il 1820 fu a Parigi con l'amico Fauriel. Tornato a Milano (1820–1821), si dedicò alla stesura del Fermo e Lucia, conclusa nel settembre del 1823. Dal luglio all'ottobre 1827 si stabilì a Firenze per "risciacquare i panni in Arno" — per studiare la lingua parlata dalla borghesia fiorentina — e divenne membro dell'Accademia della Crusca e conobbe Leopardi.

I lutti familiari e la vecchiaia

Nel 1833 morì la moglie Enrichetta; nel 1841 morì la madre Giulia Beccaria; nel 1844 l'amico carissimo Fauriel. Nel 1860 fu nominato senatore del Regno di Sardegna. Nel 1870 ricevette la cittadinanza onoraria di Roma. Morì a Milano il 22 maggio 1873.

Come dire all'orale: "La vita di Manzoni è segnata da tre grandi trasformazioni: il passaggio dalle posizioni anticlericali giovanili alla profonda fede cattolica; l'abbandono dell'estetica neoclassica per il Romanticismo; e la lunga meditazione sulla lingua italiana che culmina nella scelta del fiorentino parlato dalla borghesia colta."
Le influenze culturali

La formazione culturale di Manzoni risenti fortemente di tre correnti:

  • L'Illuminismo lombardo: promuoveva la figura dell'intellettuale attento ad analizzare con spirito critico e razionale i problemi della società, attraverso l'impegno civile della letteratura.
  • Il Romanticismo: con il suo orientamento politico e liberale, la ricerca di una letteratura nazionale e popolare e la religiosità come espressione di un sentire collettivo.
  • Gli idéologues francesi: interessati allo studio della storia e all'analisi scientifica fondata sui dati concreti; da loro Manzoni apprese un metodo "scientifico" fondato sulla ricerca delle fonti.
Il giansenismo e la religiosità

Il soggiorno parigino si rivelò determinante per Manzoni anche per la conversione. Lesse le opere di Jacques Bossuet (1627–1704) e Blaise Pascal (1623–1662), entrambi giansenisti, e maturò la convinzione che la fede dovesse accompagnarsi a un estremo rigore morale. Dal giansenismo derivò una spiritualità orientata verso la Grazia, la convinzione che l'uomo sia di per sé incline al male, e la necessità della Provvidenza e della misericordia divina.

Dalla conversione Manzoni maturò la convinzione che le cause dell'inesorabile susseguirsi di violenze sono spiegabili solo con la fede: i soprusi hanno origine dalla deviazione dagli insegnamenti evangelici, e il riscatto morale dell'uomo è possibile solo mediante la fede, elemento imprescindibile di un disegno provvidenziale. Questo è il nucleo del cattolicesimo liberale manzoniano.

Il rapporto con la storia — "vero storico" e "vero poetico"

Alla base dell'esperienza letteraria manzoniana c'è la riflessione sul rapporto tra invenzione letteraria e verità storica. Manzoni la sviluppa in due scritti fondamentali:

  • La Lettre à M. Chauvet (scritta nel 1820, pubblicata nel 1823): enuncia per la prima volta la distinzione tra "vero storico" e "vero poetico". Lo storico deve attenersi ai fatti; il poeta deve indagare le passioni dell'animo umano, portare alla luce i moti del cuore che fanno da "sostrato" agli episodi storici. Per fare ciò il poeta deve ricorrere all'invenzione, ma questa dev'essere verosimile, rispettando la verità storica.
  • Il saggio Del romanzo storico (1850): Manzoni afferma che il romanzo storico è un genere che mescola invenzione e verità storica, ma mentre la storiografia deve rappresentare il "vero positivo", l'opera letteraria tende per natura al "vero poetico". Da qui la condanna del romanzo storico. Con questo saggio Manzoni manifesta l'impossibilità di conciliare "vero storico" e "vero poetico" e giunge a sconfessare la sua produzione tragica e romanzesca.
Come dire all'orale: "Manzoni è tormentato per tutta la vita dal problema della verità: la letteratura deve educare moralmente, e questo può avvenire solo se si fonda sulla verità storica. Ma la verità storica pura è compito dello storico, non del poeta. Da questa contraddizione irrisolvibile nasce la sua scelta finale di abbandonare la fiction."
La visione pessimistica della storia

Nelle tragedie e ne I promessi sposi Manzoni offre una visione della storia profondamente pessimistica. Gli eventi storici riportati da Manzoni sono regolati da prevaricazioni e violenze, dalle quali gli oppressi potranno riscattarsi solo affidandosi alla fede e all'intervento divino. Il pessimismo manzoniano si dissolve nel concetto di Provvidenza: per lui anche dal male può nascere il bene, e dal dolore e dalle sventure, la salvezza. Per Manzoni virtù e felicità non sono valori terreni: essi si realizzano non nella storia, ma nella dimensione ultraterrena.

La questione della lingua

La composizione dei Promessi sposi spinse Manzoni ad interessarsi alla questione della lingua. Contro il rigore dei puristi e contro il formalismo dei classicisti, egli seguì le teorie romantiche di una lingua parlata, aderente alla realtà. Elaborò le sue riflessioni in due scritti principali:

  • Sentir messa (scritto tra il 1835 e il 1836): afferma che il fondamento della lingua italiana è il modello toscano.
  • Lettera al Carena sulla lingua italiana (26 febbraio 1847): la formulazione definitiva — «la lingua italiana deve essere la lingua parlata dal popolo colto della città di Firenze».
Il teatro manzoniano — le novità

Manzoni la lettura dei drammi shakespeariani e dei romantici tedeschi lo indusse a rifiutare i rigidi schemi compositivi del teatro di tendenza classica e a considerare una nuova idea di tragedia di argomento storico. In particolare:

  • Rifiuto delle unità aristoteliche di tempo e di luogo: Manzoni accetta l'unità di azione che garantisce unitarietà tematica, ma rifiuta le unità di tempo e di luogo, assenti nel teatro shakespeariano.
  • Necessità di non alterare i fatti: intrecciando realtà e invenzione, egli non sentirebbe il valore etico dell'opera; se l'arte ha un fine morale, è necessario che la tragedia presenti un contesto storico autentico.
  • Il coro: riprende dal teatro greco assegnandogli una funzione diversa — non dà voce alla comunità di appartenenza del personaggio, ma è un "cantuccio" di cui l'autore si serve per parlare in prima persona, riflettere sui temi dell'opera e invitare il lettore alla riflessione.
Gli Inni Sacri (1812–1847)
Poesia religiosa
Il progetto

Il progetto originario prevedeva dodici inni, uno per ciascuna festività liturgica, ma Manzoni ne realizzò solo cinque: La Risurrezione (1812), Il nome di Maria (1812–13), Il Natale (1813), La Passione (1814–15), La Pentecoste (1817–1822). Tre inni sono rimasti incompiuti: Il Natale del 1833 (1835) e Ognissanti (1822–1847).

I singoli inni
  • La Risurrezione (1812): esprime la gioia per la vittoria di Cristo sulla morte, evento capitale della storia umana, che schiude ai giusti le porte del Paradiso, riscattando la macchia del peccato originale.
  • Il nome di Maria (1812–13): composizione più intima e meditativa, celebra la funzione consolatrice della Madonna per le creature, anche le più umili.
  • Il Natale (1813): celebra la figura di Cristo, creatura divina fattasi carne per redimere le colpe dell'uomo.
  • La Passione (1814–15): forse il componimento artisticamente meno riuscito. Manzoni ripercorre la storia di Gesù, già annunciato dai profeti biblici ma ignorato con superbia dai contemporanei Giudei e Romani.
  • La Pentecoste (1817–1822): il quinto inno, celebra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e gli effetti prodotti su tutta l'umanità dalla sua venuta.
Struttura e temi

La struttura dei singoli componimenti presenta una parte storico-narrativa (la rievocazione dell'evento religioso) e una parte riflessiva, in cui il poeta attualizza quel fatto per ricavarne un insegnamento morale. Ricorrono temi come la dignità spirituale che accomuna ricchi e poveri e l'importanza della conversione.

Lo stile

Gli inni si ispirano alla poesia religiosa antica e medievale. Si rifanno all'andamento corale della preghiera, sottolineata da anafore e ripetizioni. Manzoni si allontana dai modi neoclassici. La sintassi presenta una struttura elaborata con iperbati, anastrofi ed enjambement. Il lessico sembra reinterpretare la lingua della poesia biblica in chiave moderna. I diversi momenti del calendario liturgico sono resi con una pluralità di misure versuali: settenari, ottonari, novenari e decasillabi.

Le odi civili: Marzo 1821 e Il cinque maggio
Poesia patriottica e civile
Marzo 1821

Scritta tra il 15 e il 17 marzo 1821, nel clima di grande entusiasmo per i moti liberali piemontesi. Tema centrale è il sentimento patriottico, legato alle istanze romantiche di "nazione" e "popolo": Manzoni dichiara che la libertà e l'indipendenza sono un diritto degli italiani. L'ode è dedicata a Teodoro Koerner, poeta e soldato tedesco morto combattendo nella battaglia di Lipsia contro Napoleone. Il componimento fu pubblicato solo nel 1848, dopo gli eventi delle cinque giornate di Milano.

Il cinque maggio

Scritta oltre due mesi dopo la morte di Napoleone (5 maggio 1821). È una meditazione sulla figura di Napoleone e sul potere, spesso ingiusto e violento, esercitato dai protagonisti della storia. Come i protagonisti delle tragedie, Napoleone — il grande dominatore — è rievocato nei suoi ultimi giorni, quando la grandezza terrena è ormai un ricordo e egli si trova solo di fronte alla morte. La ode si conclude con un avvicinamento di Napoleone alla fede, in pace con Dio.

Stile delle odi civili

Nelle odi civili Manzoni abbandona il repertorio mitologico proprio della poetica neoclassica per aderire totalmente al "vero" della storia. La struttura narrativa alquanto semplice è caratterizzata da un linguaggio erudito e aulico e da un tono declamatorio.

Il conte di Carmagnola (1820)
Prima tragedia — scritta tra il 1816 e il 1819, pubblicata nel 1820
La trama

La tragedia è composta di 5 atti in endecasillabi sciolti e di un coro in decasillabi. È incentrata sulla storia di Francesco Bussone detto il Carmagnola, un capitano di ventura vissuto nell'Italia del Quattrocento. Racconta che il condottiero, dopo aver guidato alla vittoria l'esercito veneziano contro i milanesi, liberò i prigionieri di guerra, e fu accusato di tradimento e condannato a morte dal governo di Venezia.

Il tema

Manzoni interpretò la vicenda come il sacrificio di un animo nobile alla ragion di Stato e trasformò la figura del Carmagnola in un martire che, negli ultimi momenti di vita prima dell'esecuzione, pronuncia un'accorata professione di fede.

Novità formali

Il testo fu pubblicato nel 1820, preceduto da una Prefazione in cui sono enunciati i principi di poetica del teatro manzoniano: rifiuto delle unità aristoteliche di tempo e di luogo, importanza della verosimiglianza storica.

Adelchi (1822)
Seconda tragedia — pubblicata nel 1822
La composizione

Scritta tra il 1820 e il 1822, dedicata alla moglie Enrichetta. La scelta di raccontare la vicenda dal punto di vista dei Longobardi "vinti" fu suggerita dalla lettura delle Lettres sur la storia di Francia (1820) dello storico francese Augustin Thierry.

La trama

L'opera è ambientata in Italia tra il 772 e il 774 ed è incentrata sullo scontro tra Longobardi e Franchi (chiamati in Italia da papa Adriano contro Desiderio, re dei Longobardi). Protagonisti: il principe longobardo Adelchi e sua sorella Ermengarda, moglie di Carlo Magno. Carlo Magno ripudia Ermengarda e attacca i Longobardi. Intanto Ermengarda muore in convento a Brescia, vinta dal dolore. Desiderio è fatto prigioniero, Adelchi combatte fino alla morte.

I temi principali
  • Rappresentazione negativa del potere: quasi tutti i personaggi coinvolti agiscono accecati dalla brama di potere. Solo Adelchi ed Ermengarda vengono presentati come vittime.
  • Analogia con la storia contemporanea: i Latini si identificavano con gli italiani costretti a subire prima la dominazione napoleonica e poi quella austriaca.
  • Simbolo della tragica lotta tra bene e male: i due protagonisti, destinati alla sconfitta, trovano speranza solo nel perdono di Dio e nel raggiungimento della pace eterna attraverso la sofferenza.
Ermengarda

Ermengarda è vittima delle ambizioni di conquista di Carlo Magno, che non esita a ripudiarla in nome della "ragion di Stato". È presentata come una figura tragica di grande intensità lirica, specialmente nel coro del quarto atto ("Sparsa le trecce morbide"), uno dei momenti poeticamente più alti di tutta la produzione manzoniana.

I saggi e le lettere
Prosa teorica e critica
Osservazioni sulla morale cattolica (1819, pubbl. 1855)

Unica opera in prosa scritta prima dei Promessi sposi. Manzoni confutò le affermazioni di Sismondi schierandosi a favore della Chiesa, protettrice degli umili e dei deboli. Punto centrale: affermazione della superiorità della morale cattolica rispetto alla morale laica.

Lettre à M. Chauvet (scritta nel 1820, pubbl. 1823)

Lettera al poeta francese Victor Chauvet che, in una recensione al Conte di Carmagnola, lo aveva criticato per non aver rispettato le unità aristoteliche. Manzoni motiva il suo rifiuto delle unità aristoteliche, e enuncia per la prima volta la distinzione tra "vero storico" e "vero poetico".

Lettera sul Romanticismo (1823, pubbl. 1870)

Indirizzata a Cesare D'Azeglio. Manzoni analizza le caratteristiche della letteratura romantica e fissa i principi fondamentali cui si ispira la nuova letteratura romantica: avere una funzione educativa ("l'utile per iscopo"), attingere alla verità storica ("il vero per soggetto"), trattare argomenti interessanti ("l'interessante per mezzo").

Del romanzo storico (1850)

Saggio teorico sul rapporto tra storia e invenzione. Manzoni afferma che il romanzo storico è un genere che mescola invenzione e verità storica, ma l'opera letteraria tende per natura al "vero poetico". Da qui la condanna del romanzo storico (e quindi i suoi Promessi Sposi). Con questo saggio Manzoni manifesta l'impossibilità di conciliare "vero storico" e "vero poetico".

Fermo e Lucia (1821–1823, inedito fino al Novecento)
Prima versione dei Promessi sposi

Il Fermo e Lucia costituisce la prima versione dei futuri Promessi sposi. Manzoni vi lavorò tra il 1821 e il 1823. Giudicò il risultato insoddisfacente sia dal punto di vista del contenuto sia della lingua.

Differenze rispetto ai Promessi sposi
  • I protagonisti si chiamano Fermo Spolino e Lucia Zarella.
  • La narrazione procede per nuclei separati (prima vengono narrate le avventure di Lucia, poi quelle di Fermo) e comprende lunghe digressioni storiche.
  • La storia di Gertrude, la monaca di Monza, occupa ben sei capitoli (rispetto ai due dei Promessi sposi), narrata con tinte fosche e macabre, con gusto dichiaratamente ispirato al romanzo gotico.
  • La lingua è lombarda e dialettale — Manzoni non utilizza il fiorentino ma una lingua a base toscana, ricca di voci lombarde e dialettali.
I promessi sposi — Guida completa
Il romanzo storico di Alessandro Manzoni — il capolavoro della letteratura italiana dell'Ottocento
Le edizioni — da Scott a Manzoni
Il romanzo storico

Nei primi decenni dell'Ottocento si affermò in tutte le letterature europee il genere narrativo del romanzo. In particolare, il romanzo storico incontrò grande fortuna presso i romantici. Il più celebre romanzo storico che diede avvio a una vera e propria moda letteraria fu Ivanhoe (1820) dell'inglese Walter Scott.

Le tre stesure
  • Fermo e Lucia (1821–23): prima stesura, inedita fino al Novecento. Lingua lombarda e dialettale. Eccessivo ricorso a digressioni. Narrativa a blocchi separati.
  • I promessi sposi "ventisettana" (1825–27): pubblicata in tre volumi tra il 1825 e il 1827 presso l'editore Ferrario a Milano. Vengono eliminate molte digressioni, migliorata la delineazione psicologica dei personaggi. La lingua è toscana ma ancora poco spontanea.
  • I promessi sposi "quarantana" (1840–42): l'edizione definitiva, in 108 fascicoli settimanali illustrati dalle xilografie di Francesco Gonin. Revisione linguistica completa basata sul fiorentino parlato dalla borghesia colta, dopo il soggiorno fiorentino del 1827 ("risciacquatura in Arno").
Come dire all'orale: "Manzoni lavorò al suo romanzo per quasi vent'anni. La differenza fondamentale tra la ventisettana e la quarantana non è di contenuto, ma linguistica: nella quarantana Manzoni sostituisce il toscano letterario, fondato sui classici, con il fiorentino parlato dalla borghesia colta, la lingua viva della città."
La trama e la struttura
La trama

Il romanzo, ambientato nella Lombardia del Seicento, racconta le travagliose vicende di due giovani popolani, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, entrambi filatori di seta in un paese sul lago di Como e in procinto di sposarsi. Il loro matrimonio viene impedito da un prepotente signorotto locale, don Rodrigo, che fa minacciare il curato del paese, don Abbondio, dai suoi bravi affinché non celebri il rito. I due giovani, fallito il tentativo di un matrimonio a sorpresa, abbandonano il paese. Dopo innumerevoli peripezie — Lucia rapita dal potente innominato e Renzo coinvolto in una sommossa popolare a Milano — i promessi sposi riusciranno a ricongiungersi e a celebrare le nozze.

La struttura

Nella versione definitiva il romanzo si compone di trentotto capitoli con un'Introduzione. La critica moderna ha individuato sei nuclei tematici o "macrosequenze", intervallati da quattro digressioni di carattere narrativo o storico:

  • I: i due fidanzati si preparano al matrimonio che viene impedito dall'intervento di don Rodrigo; sono costretti a lasciare il paese (capp. I–VIII). — Prima digressione: storia della conversione di Padre Cristoforo (cap. IV).
  • II: Lucia va a Monza e cerca rifugio presso il convento di Gertrude (prima metà del cap. IX). — Seconda digressione: storia della monaca di Monza (seconda metà del cap. IX e cap. X).
  • III: Renzo va a Milano e partecipa ai tumulti; viene arrestato ma riesce a fuggire nel bergamasco (capp. XI–XVII). — Terza digressione: colloquio tra il Conte Zio e il Padre Provinciale dei cappuccini; storia dell'innominato (capp. XVIII–XIX).
  • IV: Lucia viene rapita e portata nel castello dell'Innominato; dopo la sua conversione è ospitata a Milano da Don Ferrante (capp. XX–XXVI). — Quarta digressione: la carestia, la Guerra del Monferrato e la peste (capp. XXVII–XXXII).
  • V: Renzo in viaggio e poi a Milano durante la peste (capp. XXXIII–XXXV).
  • VI: ricongiungimento dei due giovani, matrimonio e loro trasferimento nel bergamasco (capp. XXXVI–XXXVIII).
I personaggi principali
Renzo Tramaglino

Descritto come un onesto lavoratore, ma ne è sottolineato il carattere impulsivo che lo spinge a ribellarsi alle ingiustizie e a finire nei guai. Gli eventi lo portano a maturare e ad acquisire una chiara consapevolezza di ciò che gli è accaduto, secondo un vero e proprio percorso di formazione.

Lucia Mondella

È una giovane mite e riservata, che sembra esternare le proprie emozioni solo arrossendo e che accetta con intima sofferenza le disavventure di cui è protagonista. Lucia sembra un personaggio passivo, ma Manzoni ne fa il vero personaggio chiave della vicenda: è lei che incontra i grandi personaggi del romanzo (la monaca di Monza, l'innominato, il cardinale Borromeo) e che assume un ruolo determinante nella conversione dell'innominato. Lucia è il personaggio attraverso cui si realizza la volontà di Dio.

Don Abbondio

Il curato che dovrebbe celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, ma che rifiuta di compiere il proprio dovere in seguito alle minacce dei bravi di don Rodrigo. Manzoni lo descrive come vigliacco (celebra la massima del cardinale Borromeo: "Il coraggio, uno non se lo può dare"). È un modello negativo della religione asservita al potere. Eppure Manzoni, pur mostrandolo biasimevole, lo presenta spesso con tratti umoristici: rappresenta l'uomo comune, capitato in mezzo a vicende più grandi di lui, interessato solo al suo quieto vivere.

Don Rodrigo

Il signorotto spagnolo del paese in cui abitano Renzo e Lucia. È giovane, vanitoso e potente, invaghitosi di Lucia, impedisce il matrimonio dei due giovani. Incarna la figura del potente al di sopra delle leggi e soverchiatore, nonché quella del libertino privo di scrupoli. Muore di peste.

L'Innominato

In parte ispirato al nobile lombardo Francesco Bernardino Visconti. Manzoni lo raffigura come un uomo potentissimo ed estremamente malvagio, ma fa anche un simbolo del potere salvifico della grazia. Dopo aver rapito Lucia per conto di don Rodrigo, l'innominato cade in preda a una crisi che culmina nella sua conversione, favorita anche dall'incontro con il cardinale Federigo Borromeo.

Padre Cristoforo

Il frate cappuccino che cerca di aiutare i due giovani. Rappresenta un modello ideale di religioso: umile, pronto a sacrificarsi per gli altri, energico e coraggoso con i potenti. È introdotto nel romanzo con una lunga digressione che racconta la storia del suo passato e il motivo della conversione (da giovane aveva ucciso un uomo in un duello).

La monaca di Monza (Gertrude)

Personaggio ispirato a una figura storica reale, la nobile spagnola Virginia de Leyva, costretta dal padre a prendere i voti contro la sua volontà. Gertrude è una figura negativa, ma anche una vittima. Legata al suo amante Egidio da una torbida relazione, non esita a tradire Lucia.

Il cardinale Federigo Borromeo

Importante personaggio storico, modello per eccellenza del religioso nel romanzo. È il solo che abbia il potere di opporsi con efficacia ai piani di don Rodrigo, prende sotto la sua protezione Lucia, rimprovera don Abbondio, e ha un ruolo fondamentale nella conversione dell'innominato. È il simbolo della Chiesa nel suo ruolo morale e sociale.

I temi fondamentali
La Provvidenza

I Promessi sposi sono stati definiti il "romanzo della Provvidenza". Nonostante il lieto fine della vicenda, dopo tutti i pericoli corsi dai due protagonisti, si può dire che dimostri l'esistenza di una Provvidenza divina. Il sentimento di cristiana rassegnazione di Lucia, le vie che dispiega il disegno divino, appaiono incomprensibili a molti personaggi del romanzo. L'unico che mostra in ogni frangente una fiducia incrollabile è padre Cristoforo.

Gli umili e la Chiesa

La scelta di presentare gli umili come protagonisti risponde all'esigenza di dare voce alla massa anonima che non aveva mai trovato spazio nella storiografia tradizionale. Le vicende degli umili assumono un significato universale, mentre le disgrazie che li colpiscono rientrano in un progetto provvidenziale che li destina alla beatitudine eterna.

Il contrasto tra città e campagna

Il romanzo presenta una netta opposizione tra queste due realtà: da un lato la ridente campagna lombarda, descritta già nell'incipit del primo capitolo; dall'altro la grande città di Milano. Il commiato lirico di Lucia al momento di lasciare il paese ("Addio, monti", cap. VIII) identifica la dimensione rurale come luogo di pace e serenità in antitesi con le "città tumultuose".

Il pessimismo e il finale

Il finale dei Promessi sposi è spesso discusso: è davvero un "lieto fine"? In apparenza sì. Eppure nell'ultimo capitolo vi sono numerosi interventi del narratore che sembrano ridimensionare la conclusione felice: Renzo e Lucia si sposano, ma lo stesso Renzo trova «disgust i bell'e preparati» nel nuovo paese. Sembra quasi che Manzoni ironizzi sulla conclusione della sua opera, anticipando la condanna del romanzo storico che tratterà nel saggio Del romanzo storico.

La tecnica narrativa, la lingua e lo stile
Il manoscritto ritrovato

Tutta la storia raccontata nei Promessi sposi si regge sulla finzione del manoscritto ritrovato. Manzoni immagina di aver ricavato la sua storia dal manoscritto di un Anonimo del Seicento e di averla "tradotta" in una lingua comprensibile al pubblico contemporaneo. Questo doppio livello della narrazione gli consente di riflettere criticamente sugli avvenimenti e di prendere le distanze dalla mentalità del Seicento.

Il narratore onnisciente

Il narratore dei Promessi sposi è un narratore onnisciente, che sa tutto dei personaggi, controlla e manipola dall'alto l'intero svolgersi della vicenda e ha il potere di interrompere gli eventi inserendo digressioni o commenti. Nel corso del romanzo, il narratore si rivolge spesso ai suoi lettori, chiamati in causa come «i miei venticinque lettori».

La revisione linguistica

La revisione linguistica dei Promessi sposi occupò Manzoni per circa un ventennio. Il problema era quello di uno scrittore non toscano che lavorava a un'opera mezzo storica e mezzo fantastica, mancando di espressioni proprie per i suoi concetti.

La pluralità di registri linguistici

Mentre il narratore e i protagonisti usano un linguaggio ispirato al fiorentino colto, per caratterizzare alcuni personaggi minori sono impiegati registri linguistici diversi, con risultati spesso comici. È il caso dell'avvocato Azzecca-garbugli, con cui Manzoni intende fare una parodia del complicato linguaggio giuridico; ma anche di don Ferrante o dell'Anonimo del manoscritto, che rappresentano la vuota ampollosità dello stile barocco.

Il tono e l'ironia

I Promessi sposi mostrano una vasta gamma di personaggi di diversa estrazione sociale con l'effetto di una grande varietà di toni dal comico al tragico, al lirico. Comiche le scene di don Abbondio alle prese con i bravi; è tragico l'episodio della madre di Cecilia o quello della conversione dell'Innominato; è lirico il commiato di Lucia dal paese natale. Ma nel romanzo non manca anche l'ironia, con un duplice scopo: condannare gli usi e i costumi del Seicento, e suscitare il sorriso nei lettori.

Domande sull'orale — I promessi sposi
Qual è il significato della Provvidenza nei Promessi sposi? È davvero un romanzo ottimista?
La Provvidenza è il filo conduttore del romanzo: Manzoni mostra come ogni avvenimento, anche il più doloroso (la rapina di Lucia, la peste, i tumulti), faccia parte di un disegno divino che alla fine porta al bene. Tuttavia il romanzo non è semplicemente ottimista: il pessimismo sulla storia rimane (il Seicento è descritto come un'epoca di soprusi e violenze), e il finale è disturbato da molti interventi ironici del narratore che ridimensionano la conclusione felice. Manzoni distingue tra la storia umana — segnata dal male — e il piano divino, che alla fine prevale. Il romanzo è dunque ottimista dal punto di vista della fede, ma lucidamente pessimista dal punto di vista storico-sociale.
Perché Manzoni scelse di ambientare i Promessi sposi nel Seicento sotto la dominazione spagnola?
La scelta non è casuale: il Seicento sotto la dominazione spagnola era un'epoca di oppressione, soprusi e corruzione istituzionale — un contesto che Manzoni poteva usare come specchio critico per denunciare le ingiustizie della sua epoca senza incorrere nella censura austriaca. Attraverso le "gride" (le leggi dell'epoca), i bravi, don Rodrigo e la giustizia corrotta, Manzoni poteva mostrare ai suoi lettori dell'Ottocento come il potere opprimeva sempre il popolo — tanto nel Seicento quanto nel loro presente.
Quali sono le principali differenze tra la ventisettana e la quarantana?
La differenza fondamentale non è di contenuto narrativo ma linguistica. La ventisettana (1825–27) usava un toscano fondato principalmente sulla lettura dei classici e sui vocabolari, che Manzoni stesso giudicava poco spontaneo — lontano dall'uso quotidiano. Dopo il soggiorno fiorentino del 1827 ("risciacquatura in Arno"), Manzoni decise di basare la lingua della quarantana (1840–42) sul fiorentino parlato dalla borghesia colta, una lingua viva e spontanea.
Perché Manzoni alla fine ha rifiutato il romanzo storico come genere?
Nel saggio Del romanzo storico (1850) Manzoni arriva alla conclusione che il romanzo storico è un genere intrinsecamente contraddittorio. Da un lato intreccia invenzione (in quanto romanzo) e verità storica (in quanto documento storiografico); dall'altro, mentre la storiografia deve rappresentare il "vero positivo" (i fatti realmente accaduti), l'opera letteraria tende per natura al "vero poetico". Il romanzo storico non riesce quindi né a fare una vera storia né a fare una vera letteratura. Poiché per Manzoni la letteratura deve avere un fine morale e questo può avvenire solo attraverso la verità, l'ibridazione con l'invenzione finisce per contaminare quel fine morale. La condanna del romanzo storico è dunque la condanna dei propri Promessi sposi — una delle posizioni più radicali e coraggiose della letteratura italiana dell'Ottocento.
Chi è davvero il protagonista del romanzo: Renzo, Lucia, o qualcun altro?
Formalmente i protagonisti sono Renzo e Lucia, ma la critica ha spesso discusso se il vero protagonista non sia qualcun altro — o qualcosa d'altro. Renzo è il personaggio più attivo e il cui percorso di crescita è più evidente: dalle ribellioni impulsive giovanili alla saggezza finale. Lucia è paradossalmente più passiva come personaggio d'azione, ma ha un ruolo chiave nella dimensione spirituale (la conversione dell'Innominato). Alcuni critici hanno visto il vero protagonista nella Provvidenza stessa, la forza invisibile che muove le fila della storia. Altri hanno indicato il popolo o il "Seicento" come vero soggetto collettivo del romanzo.
Neoclassicismo
Periodo

Seconda metà '700 — inizio '800

Modello

Grecia e Roma antiche

Ideale

Bellezza, armonia, proporzione, "bello ideale"

Ragione vs sentimento

Primato della ragione e dell'equilibrio

Natura

Ordinata, serena, luogo di armonia

Arte

Imitazione dei classici, regole rigorose

Eroe

Eroe classico virtuoso, misurato

Stile

Aulico, mitologia, endecasillabo, sintassi solenne

Funzione dell'arte

Educativa, eternatrice, civilizzatrice

Romanticismo
Periodo

Fine '700 — metà '800

Modello

Medioevo, popolo, nazione, natura

Ideale

Libertà, autenticità, passione, Sehnsucht

Ragione vs sentimento

Primato del sentimento e dell'irrazionale

Natura

Mistica, selvaggia, specchio dell'anima

Arte

Creazione spontanea del genio, libertà totale

Eroe

Eroe titanico o vittimistico, in conflitto col mondo

Stile

Libero, semplice, frammento lirico, generi misti

Funzione dell'arte

Espressiva, nazionale, civile (in Italia)

Cosa hanno in comune
  • Entrambi nascono come reazione alla crisi dell'Antico Regime e alla Rivoluzione Francese
  • Entrambi attribuiscono all'arte una funzione elevata nella società
  • In molti autori (Foscolo, Manzoni) i due movimenti coesistono nella stessa opera
  • Entrambi valorizzano la poesia come strumento di conoscenza e di educazione
Foscolo vs Manzoni — un confronto per l'orale

Foscolo

  • Laico e materialista
  • Le "illusioni" come risposta al nichilismo
  • Forma neoclassica, temi preromantici
  • Autobiografismo intenso
  • Pessimismo storico senza redenzione religiosa
  • Esilio come condizione esistenziale

Manzoni

  • Cattolico e provvidenzialistico
  • La fede come risposta al male della storia
  • Romantico nella forma, morale nel fine
  • Protagonisti umili e anonimi
  • Pessimismo storico redento dalla Provvidenza
  • Impegno civile attraverso la letteratura
Come dire all'orale: "Foscolo e Manzoni sono entrambi autori di transizione tra Neoclassicismo e Romanticismo, ma rispondono alla crisi della loro epoca in modo opposto: Foscolo con le illusioni laiche (bellezza, gloria, poesia), Manzoni con la fede religiosa e la Provvidenza. Entrambi usano la letteratura per dare senso al dolore, ma con strumenti profondamente diversi."
Domande difficili — con risposta modello
Qual è il ruolo delle "illusioni" nel pensiero di Foscolo? Come si collegano al materialismo?
Foscolo parte dal materialismo illuministico: la vita è effimera, la materia si dissolve nel nulla. Ma invece di cedere alla disperazione, contrappone a questa visione le "illusioni" — affetti, bellezza, patria, gloria, poesia. Non sono inganni: sono elaborazioni soggettive dello spirito che danno senso alla vita, permettono di sopportare il dolore e spingono ad agire. La poesia è la più alta di queste illusioni perché è capace di sfidare il tempo e rendere eterna la memoria degli eroi. È un superamento del nichilismo materialistico in chiave laica, non religiosa.
Perché i Sepolcri possono essere letti contemporaneamente come opera neoclassica e preromantica?
I Sepolcri sono neoclassici nella forma: endecasillabi sciolti di grande solennità, linguaggio aulico e ricercato, ricorso alla mitologia classica (Aiace, Ettore, Omero), struttura argomentativa complessa modellata sulla lirica pindarica. Sono preromantici nei contenuti e nel tono: la riflessione sulla morte, il pessimismo sul destino dell'uomo, il culto della memoria come risposta al materialismo, l'impulso emotivo e appassionato. In Foscolo forma e contenuto vanno in tensione dialettica: è proprio questa tensione il suo tratto più originale.
In cosa consiste la polemica classico-romantica in Italia?
La polemica nasce nel 1816 dopo la pubblicazione sulla "Biblioteca Italiana" dell'articolo di Madame de Staël che invitava gli italiani a confrontarsi con le letterature straniere romantiche. I classicisti (Giordani, Leopardi inizialmente) difendono i modelli antichi, la perfezione formale, la continuità con la tradizione. I romantici (Berchet, di Breme, Visconti) vogliono una letteratura rivolta al popolo, alla nazione, alla storia contemporanea. Manzoni partecipa con la Lettera sul Romanticismo (1823), accettando il rifiuto dell'imitazione classica ma respingendo il fantastico e l'irrazionale: la letteratura deve educare ai valori civili e morali.
Perché il Romanticismo italiano è diverso da quello europeo?
Il Romanticismo europeo (tedesco, inglese, francese) privilegia l'interiorità, l'irrazionale, il soprannaturale, la fuga dal reale. In Italia invece il Romanticismo si intreccia direttamente con il Risorgimento: il problema politico è così urgente che la letteratura assume una funzione prevalentemente civile e patriottica. Il poeta romantico italiano è un "vate", un profeta che forma la coscienza collettiva. Temi come la Sehnsucht o il soprannaturale restano sullo sfondo; prevalgono storia, patria, popolo, libertà. Manzoni ne è l'esempio più rappresentativo: rifiuta il fantastico e l'irrazionale del Romanticismo europeo e fa della verità storica e del fine morale i cardini della sua poetica.
Come si concilia il pessimismo di Manzoni con il lieto fine dei Promessi sposi?
È una contraddizione solo apparente. Il pessimismo di Manzoni è storico-politico: la storia umana è dominata dal sopruso, dall'ingiustizia, dalla violenza dei potenti. Questo pessimismo rimane inalterato fino alla fine del romanzo. Il lieto fine è possibile solo grazie all'intervento della Provvidenza, non grazie a un cambiamento della condizione sociale. Renzo e Lucia si sposano, ma le ingiustizie del mondo non cessano: lo stesso Renzo trova "disgusti bell'e preparati" nel nuovo paese. Il romanzo è quindi pessimista sulla storia, ma fiducioso nella Provvidenza divina. Manzoni non dice che il mondo diventerà migliore — dice che Dio aiuta chi ha fede, anche in un mondo ingiusto.
Qual è la funzione del coro nel teatro manzoniano? In cosa differisce dal coro greco?
Nel teatro greco il coro dava voce alla comunità di appartenenza del personaggio, mettendo in risalto la situazione drammatica e commentandola dal punto di vista della collettività. In Manzoni il coro è invece un "cantuccio" di cui l'autore si serve per parlare in prima persona, riflettere sui temi dell'opera — di natura politica, morale o religiosa — e invitare il lettore alla riflessione. Il coro è posto alla fine di un atto come pausa lirica, interrompendo la tensione drammatica. Il coro più celebre è quello del quarto atto dell'Adelchi ("Sparsa le trecce morbide"), che commenta la morte di Ermengarda con tono altamente lirico e profondo.