Nasce nella seconda metà del Settecento, dopo la scoperta degli scavi di Ercolano e Pompei (1738–1748) e le teorie di Johann Winckelmann, che descrive l'arte greca come "nobile semplicità e quieta grandezza". Si sviluppa in parallelo all'Illuminismo e alla Rivoluzione Francese: Grecia e Roma rappresentano modelli di libertà, virtù civica, razionalità. Napoleone usa il gusto neoclassico come propaganda imperiale.
- Imitazione dei modelli classici greci e latini come ideale di perfezione
- Bellezza come armonia, equilibrio, proporzione — il "bello ideale"
- Razionalità e controllo delle passioni
- Arte come strumento di educazione civile e morale
- La natura come luogo di serenità e ordine
- Funzione eternatrice della poesia: tramandare la memoria degli eroi
In letteratura: Foscolo (nelle odi e in parte nei Sepolcri), Pindemonte. In arte: Antonio Canova (scultura), Jacques-Louis David (pittura). In architettura: stile tempio greco nelle ville e nei palazzi dell'epoca napoleonica.
Nasce il 6 febbraio 1778 a Zante (isola greca, Repubblica di Venezia). Studia a Spalato, poi si trasferisce a Venezia dove frequenta i salotti culturali. Entusiasta dei principi di libertà e uguaglianza della Rivoluzione francese.
Il Trattato di Campoformio (1797) — con cui Napoleone cede Venezia all'Austria — è la sua grande delusione. Capisce che Napoleone agisce per calcolo politico, non per ideali. Questo trauma alimenta tutta la sua opera.
Dopo le delusioni napoleoniche, lascia Milano nel 1815, va in Svizzera poi in Inghilterra (1816), dove muore il 10 settembre 1827 in condizioni economiche difficili. Le sue spoglie sono poi tumulate a Santa Croce, Firenze.
Foscolo accetta il materialismo illuministico: la vita è effimera, la materia si dissolve. Ma contrappone a questa visione pessimistica le illusioni: affetti, bellezza, patria, gloria, poesia. Non sono inganni — sono valori che danno senso alla vita e la rendono sopportabile.
La poesia ha tre funzioni fondamentali: eternatrice (tramanda il ricordo degli eroi), civilizzatrice (educa l'umanità ai valori nobili), rasserenante (eleva l'animo verso il bello ideale).
Romanzo epistolare autobiografico. Jacopo, giovane patriota, fugge dai colli Euganei dopo Campoformio, si innamora di Teresa (ispirata a Isabella Roncioni), ma lei sposa Odoardo. Jacopo viaggia per l'Italia, incontra Parini, matura la sua visione pessimistica del mondo, e alla fine si suicida. Temi: delusione politica, amore impossibile, esilio, illusioni. Modello: Goethe (I dolori del giovane Werther). Tecnica: due voci narranti — Jacopo in prima persona e Lorenzo, narratore esterno e onnisciente.
Quattro capolavori: Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Musa. Equilibrio classico nella forma (due quartine + due terzine in endecasillabi), temi preromantici nei contenuti: esilio, morte, malinconia, bellezza della patria lontana. Alla sera: meditazione sulla morte come pace. A Zacinto: nostalgia per la patria (Zante = Ulisse = esilio senza ritorno). In morte del fratello Giovanni: il suicidio del fratello, il dolore dell'esule.
Carme in endecasillabi sciolti (295 versi), dedicato a Ippolito Pindemonte. Nasce dalla discussione sull'Editto di Saint-Cloud (1806), che vietava le sepolture nelle chiese e imponeva tombe uguali per tutti. Foscolo riflette sul valore civile e laico della tomba: non come luogo religioso, ma come legame tra vivi e morti, ispiratrice di nobili azioni, e come strumento della poesia eternatrice. Quattro parti: tomba come legame d'affetti / sepolcri come simbolo di civiltà / sepolcri come ispiratori di nobili azioni / celebrazione della poesia eternatrice. Stile: sublime, aulico, endecasillabo sciolto, sintassi complessa.
Poema mitologico-neoclassico. Le tre Grazie rappresentano la bellezza e l'armonia dell'arte classica come rifugio dal "reo tempo" (il mondo contemporaneo corrotto). Foscolo le celebra come protettrici della civiltà.
Due odi neoclassiche che esaltano la bellezza femminile come valore assoluto e consolatorio, con immagini mitologiche e tono sublime.
Foscolo è un autore di transizione: neoclassico nella forma (uso dei miti greci, endecasillabo, linguaggio aulico, ideale di armonia e bellezza), preromantico nei temi e nei contenuti (passione, esilio, morte, inquietudine, pessimismo storico, autobiografismo).
Nasce ufficialmente in Germania nel 1798 con i fratelli Schlegel e la rivista "Athenäum". In Inghilterra si afferma nel 1798 con le Ballate liriche di Wordsworth e Coleridge. In Francia con Madame de Staël (De la littérature, 1800). In Italia la data simbolo è il 1816 con l'articolo di Madame de Staël sulla "Biblioteca Italiana", che scatena la polemica classico-romantica.
- L'irrazionale, le passioni, il sentimento contro la ragione illuministica
- La Sehnsucht: desiderio di un bene indefinito e irraggiungibile, nostalgia verso l'infinito
- Il titanismo: l'eroe romantico in lotta contro le regole sociali
- Il vittimismo: il genio incompreso, esiliato, in conflitto con la società
- L'esotismo spaziale e temporale: fuga verso luoghi lontani o epoche passate (Medioevo)
- Il rapporto mistico con la natura: non fonte di armonia ma di spiritualità
- L'attrazione per la morte come fuga dal dolore o ricongiunzione con l'Assoluto
- Il patriottismo e il nazionalismo (soprattutto nel Romanticismo italiano)
In Italia il Romanticismo si intreccia con il Risorgimento: il tema principale non è solo l'interiorità individuale, ma la lotta per la libertà e l'indipendenza nazionale. Il poeta è un vate — un profeta con una missione civile. Il pubblico di riferimento è la borghesia. Si afferma il romanzo storico (Manzoni) e la poesia patriottica (Berchet, Mameli). Manzoni accetta il rifiuto dell'imitazione classica ma respinge il fantastico e l'irrazionale: la letteratura deve educare ai valori civili e morali.
Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785 dal conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, figlia del giurista ed economista Cesare Beccaria. Sui genitori naturali sono stati sollevati dubbi: si ritiene che il padre naturale sia stato Giovanni Verri, fratello minore di Alessandro, il fondatore del "Caffè". Pietro Manzoni e Giulia Beccaria si separarono presto e il piccolo Alessandro visse con grande sofferenza la difficile situazione familiare.
Tra il 1791 e il 1801 compì i primi studi a Merate e a Lugano nel collegio dei padri Somaschi, e poi a Milano nel collegio dei padri Barnabiti. Acquisì una buona cultura umanistica ma maturò anche il rifiuto dell'educazione rigidamente cattolica, posizioni anticlericali e idee giacobine e libertarie (si esprimono nel poemetto Il trionfo della libertà, 1801). Terminati gli studi, si trasferì nella casa paterna a Milano, dove si avvicinò alla filosofia illuministica e alle teorie razionalistiche, e frequentò i circoli intellettuali, conoscendo Monti, Foscolo, Francesco Lomonaco e Vincenzo Cuoco.
Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi, in seguito alla morte del compagno di lei Carlo Imbonati. Durante il soggiorno parigino frequentò gli idéologues (gli "ideologi"), e in particolare Claude Fauriel (1772–1844), che lo indusse ad abbandonare l'estetica neoclassica e ad aprirsi alla sensibilità romantica.
Nel 1808 tornò in Italia e sposò la giovane svizzera Enrichetta Blondel, di fede calvinista. La conversione al cattolicesimo fu decisiva: a Parigi, il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone, Manzoni smarrì la moglie tra la folla e fu colto dall'angoscia; si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove avrebbe avuto la folgorazione divina che lo indusse a convertirsi. La conversione non fu un singolo evento improvviso, ma il risultato di un processo lungo e meditato affrontato insieme al primo padre spirituale, il giansenista Eustachio Degola, e poi continuato dal canonico Luigi Tosi, entrambi di formazione giansenista. Nel giugno 1810 si stabilì a Milano dedicandosi esclusivamente alla letteratura.
Tra il 1819 e il 1820 fu a Parigi con l'amico Fauriel. Tornato a Milano (1820–1821), si dedicò alla stesura del Fermo e Lucia, conclusa nel settembre del 1823. Dal luglio all'ottobre 1827 si stabilì a Firenze per "risciacquare i panni in Arno" — per studiare la lingua parlata dalla borghesia fiorentina — e divenne membro dell'Accademia della Crusca e conobbe Leopardi.
Nel 1833 morì la moglie Enrichetta; nel 1841 morì la madre Giulia Beccaria; nel 1844 l'amico carissimo Fauriel. Nel 1860 fu nominato senatore del Regno di Sardegna. Nel 1870 ricevette la cittadinanza onoraria di Roma. Morì a Milano il 22 maggio 1873.
La formazione culturale di Manzoni risenti fortemente di tre correnti:
- L'Illuminismo lombardo: promuoveva la figura dell'intellettuale attento ad analizzare con spirito critico e razionale i problemi della società, attraverso l'impegno civile della letteratura.
- Il Romanticismo: con il suo orientamento politico e liberale, la ricerca di una letteratura nazionale e popolare e la religiosità come espressione di un sentire collettivo.
- Gli idéologues francesi: interessati allo studio della storia e all'analisi scientifica fondata sui dati concreti; da loro Manzoni apprese un metodo "scientifico" fondato sulla ricerca delle fonti.
Il soggiorno parigino si rivelò determinante per Manzoni anche per la conversione. Lesse le opere di Jacques Bossuet (1627–1704) e Blaise Pascal (1623–1662), entrambi giansenisti, e maturò la convinzione che la fede dovesse accompagnarsi a un estremo rigore morale. Dal giansenismo derivò una spiritualità orientata verso la Grazia, la convinzione che l'uomo sia di per sé incline al male, e la necessità della Provvidenza e della misericordia divina.
Dalla conversione Manzoni maturò la convinzione che le cause dell'inesorabile susseguirsi di violenze sono spiegabili solo con la fede: i soprusi hanno origine dalla deviazione dagli insegnamenti evangelici, e il riscatto morale dell'uomo è possibile solo mediante la fede, elemento imprescindibile di un disegno provvidenziale. Questo è il nucleo del cattolicesimo liberale manzoniano.
Alla base dell'esperienza letteraria manzoniana c'è la riflessione sul rapporto tra invenzione letteraria e verità storica. Manzoni la sviluppa in due scritti fondamentali:
- La Lettre à M. Chauvet (scritta nel 1820, pubblicata nel 1823): enuncia per la prima volta la distinzione tra "vero storico" e "vero poetico". Lo storico deve attenersi ai fatti; il poeta deve indagare le passioni dell'animo umano, portare alla luce i moti del cuore che fanno da "sostrato" agli episodi storici. Per fare ciò il poeta deve ricorrere all'invenzione, ma questa dev'essere verosimile, rispettando la verità storica.
- Il saggio Del romanzo storico (1850): Manzoni afferma che il romanzo storico è un genere che mescola invenzione e verità storica, ma mentre la storiografia deve rappresentare il "vero positivo", l'opera letteraria tende per natura al "vero poetico". Da qui la condanna del romanzo storico. Con questo saggio Manzoni manifesta l'impossibilità di conciliare "vero storico" e "vero poetico" e giunge a sconfessare la sua produzione tragica e romanzesca.
Nelle tragedie e ne I promessi sposi Manzoni offre una visione della storia profondamente pessimistica. Gli eventi storici riportati da Manzoni sono regolati da prevaricazioni e violenze, dalle quali gli oppressi potranno riscattarsi solo affidandosi alla fede e all'intervento divino. Il pessimismo manzoniano si dissolve nel concetto di Provvidenza: per lui anche dal male può nascere il bene, e dal dolore e dalle sventure, la salvezza. Per Manzoni virtù e felicità non sono valori terreni: essi si realizzano non nella storia, ma nella dimensione ultraterrena.
La composizione dei Promessi sposi spinse Manzoni ad interessarsi alla questione della lingua. Contro il rigore dei puristi e contro il formalismo dei classicisti, egli seguì le teorie romantiche di una lingua parlata, aderente alla realtà. Elaborò le sue riflessioni in due scritti principali:
- Sentir messa (scritto tra il 1835 e il 1836): afferma che il fondamento della lingua italiana è il modello toscano.
- Lettera al Carena sulla lingua italiana (26 febbraio 1847): la formulazione definitiva — «la lingua italiana deve essere la lingua parlata dal popolo colto della città di Firenze».
Manzoni la lettura dei drammi shakespeariani e dei romantici tedeschi lo indusse a rifiutare i rigidi schemi compositivi del teatro di tendenza classica e a considerare una nuova idea di tragedia di argomento storico. In particolare:
- Rifiuto delle unità aristoteliche di tempo e di luogo: Manzoni accetta l'unità di azione che garantisce unitarietà tematica, ma rifiuta le unità di tempo e di luogo, assenti nel teatro shakespeariano.
- Necessità di non alterare i fatti: intrecciando realtà e invenzione, egli non sentirebbe il valore etico dell'opera; se l'arte ha un fine morale, è necessario che la tragedia presenti un contesto storico autentico.
- Il coro: riprende dal teatro greco assegnandogli una funzione diversa — non dà voce alla comunità di appartenenza del personaggio, ma è un "cantuccio" di cui l'autore si serve per parlare in prima persona, riflettere sui temi dell'opera e invitare il lettore alla riflessione.
Il progetto originario prevedeva dodici inni, uno per ciascuna festività liturgica, ma Manzoni ne realizzò solo cinque: La Risurrezione (1812), Il nome di Maria (1812–13), Il Natale (1813), La Passione (1814–15), La Pentecoste (1817–1822). Tre inni sono rimasti incompiuti: Il Natale del 1833 (1835) e Ognissanti (1822–1847).
- La Risurrezione (1812): esprime la gioia per la vittoria di Cristo sulla morte, evento capitale della storia umana, che schiude ai giusti le porte del Paradiso, riscattando la macchia del peccato originale.
- Il nome di Maria (1812–13): composizione più intima e meditativa, celebra la funzione consolatrice della Madonna per le creature, anche le più umili.
- Il Natale (1813): celebra la figura di Cristo, creatura divina fattasi carne per redimere le colpe dell'uomo.
- La Passione (1814–15): forse il componimento artisticamente meno riuscito. Manzoni ripercorre la storia di Gesù, già annunciato dai profeti biblici ma ignorato con superbia dai contemporanei Giudei e Romani.
- La Pentecoste (1817–1822): il quinto inno, celebra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e gli effetti prodotti su tutta l'umanità dalla sua venuta.
La struttura dei singoli componimenti presenta una parte storico-narrativa (la rievocazione dell'evento religioso) e una parte riflessiva, in cui il poeta attualizza quel fatto per ricavarne un insegnamento morale. Ricorrono temi come la dignità spirituale che accomuna ricchi e poveri e l'importanza della conversione.
Gli inni si ispirano alla poesia religiosa antica e medievale. Si rifanno all'andamento corale della preghiera, sottolineata da anafore e ripetizioni. Manzoni si allontana dai modi neoclassici. La sintassi presenta una struttura elaborata con iperbati, anastrofi ed enjambement. Il lessico sembra reinterpretare la lingua della poesia biblica in chiave moderna. I diversi momenti del calendario liturgico sono resi con una pluralità di misure versuali: settenari, ottonari, novenari e decasillabi.
Scritta tra il 15 e il 17 marzo 1821, nel clima di grande entusiasmo per i moti liberali piemontesi. Tema centrale è il sentimento patriottico, legato alle istanze romantiche di "nazione" e "popolo": Manzoni dichiara che la libertà e l'indipendenza sono un diritto degli italiani. L'ode è dedicata a Teodoro Koerner, poeta e soldato tedesco morto combattendo nella battaglia di Lipsia contro Napoleone. Il componimento fu pubblicato solo nel 1848, dopo gli eventi delle cinque giornate di Milano.
Scritta oltre due mesi dopo la morte di Napoleone (5 maggio 1821). È una meditazione sulla figura di Napoleone e sul potere, spesso ingiusto e violento, esercitato dai protagonisti della storia. Come i protagonisti delle tragedie, Napoleone — il grande dominatore — è rievocato nei suoi ultimi giorni, quando la grandezza terrena è ormai un ricordo e egli si trova solo di fronte alla morte. La ode si conclude con un avvicinamento di Napoleone alla fede, in pace con Dio.
Nelle odi civili Manzoni abbandona il repertorio mitologico proprio della poetica neoclassica per aderire totalmente al "vero" della storia. La struttura narrativa alquanto semplice è caratterizzata da un linguaggio erudito e aulico e da un tono declamatorio.
La tragedia è composta di 5 atti in endecasillabi sciolti e di un coro in decasillabi. È incentrata sulla storia di Francesco Bussone detto il Carmagnola, un capitano di ventura vissuto nell'Italia del Quattrocento. Racconta che il condottiero, dopo aver guidato alla vittoria l'esercito veneziano contro i milanesi, liberò i prigionieri di guerra, e fu accusato di tradimento e condannato a morte dal governo di Venezia.
Manzoni interpretò la vicenda come il sacrificio di un animo nobile alla ragion di Stato e trasformò la figura del Carmagnola in un martire che, negli ultimi momenti di vita prima dell'esecuzione, pronuncia un'accorata professione di fede.
Il testo fu pubblicato nel 1820, preceduto da una Prefazione in cui sono enunciati i principi di poetica del teatro manzoniano: rifiuto delle unità aristoteliche di tempo e di luogo, importanza della verosimiglianza storica.
Scritta tra il 1820 e il 1822, dedicata alla moglie Enrichetta. La scelta di raccontare la vicenda dal punto di vista dei Longobardi "vinti" fu suggerita dalla lettura delle Lettres sur la storia di Francia (1820) dello storico francese Augustin Thierry.
L'opera è ambientata in Italia tra il 772 e il 774 ed è incentrata sullo scontro tra Longobardi e Franchi (chiamati in Italia da papa Adriano contro Desiderio, re dei Longobardi). Protagonisti: il principe longobardo Adelchi e sua sorella Ermengarda, moglie di Carlo Magno. Carlo Magno ripudia Ermengarda e attacca i Longobardi. Intanto Ermengarda muore in convento a Brescia, vinta dal dolore. Desiderio è fatto prigioniero, Adelchi combatte fino alla morte.
- Rappresentazione negativa del potere: quasi tutti i personaggi coinvolti agiscono accecati dalla brama di potere. Solo Adelchi ed Ermengarda vengono presentati come vittime.
- Analogia con la storia contemporanea: i Latini si identificavano con gli italiani costretti a subire prima la dominazione napoleonica e poi quella austriaca.
- Simbolo della tragica lotta tra bene e male: i due protagonisti, destinati alla sconfitta, trovano speranza solo nel perdono di Dio e nel raggiungimento della pace eterna attraverso la sofferenza.
Ermengarda è vittima delle ambizioni di conquista di Carlo Magno, che non esita a ripudiarla in nome della "ragion di Stato". È presentata come una figura tragica di grande intensità lirica, specialmente nel coro del quarto atto ("Sparsa le trecce morbide"), uno dei momenti poeticamente più alti di tutta la produzione manzoniana.
Unica opera in prosa scritta prima dei Promessi sposi. Manzoni confutò le affermazioni di Sismondi schierandosi a favore della Chiesa, protettrice degli umili e dei deboli. Punto centrale: affermazione della superiorità della morale cattolica rispetto alla morale laica.
Lettera al poeta francese Victor Chauvet che, in una recensione al Conte di Carmagnola, lo aveva criticato per non aver rispettato le unità aristoteliche. Manzoni motiva il suo rifiuto delle unità aristoteliche, e enuncia per la prima volta la distinzione tra "vero storico" e "vero poetico".
Indirizzata a Cesare D'Azeglio. Manzoni analizza le caratteristiche della letteratura romantica e fissa i principi fondamentali cui si ispira la nuova letteratura romantica: avere una funzione educativa ("l'utile per iscopo"), attingere alla verità storica ("il vero per soggetto"), trattare argomenti interessanti ("l'interessante per mezzo").
Saggio teorico sul rapporto tra storia e invenzione. Manzoni afferma che il romanzo storico è un genere che mescola invenzione e verità storica, ma l'opera letteraria tende per natura al "vero poetico". Da qui la condanna del romanzo storico (e quindi i suoi Promessi Sposi). Con questo saggio Manzoni manifesta l'impossibilità di conciliare "vero storico" e "vero poetico".
Il Fermo e Lucia costituisce la prima versione dei futuri Promessi sposi. Manzoni vi lavorò tra il 1821 e il 1823. Giudicò il risultato insoddisfacente sia dal punto di vista del contenuto sia della lingua.
- I protagonisti si chiamano Fermo Spolino e Lucia Zarella.
- La narrazione procede per nuclei separati (prima vengono narrate le avventure di Lucia, poi quelle di Fermo) e comprende lunghe digressioni storiche.
- La storia di Gertrude, la monaca di Monza, occupa ben sei capitoli (rispetto ai due dei Promessi sposi), narrata con tinte fosche e macabre, con gusto dichiaratamente ispirato al romanzo gotico.
- La lingua è lombarda e dialettale — Manzoni non utilizza il fiorentino ma una lingua a base toscana, ricca di voci lombarde e dialettali.
Nei primi decenni dell'Ottocento si affermò in tutte le letterature europee il genere narrativo del romanzo. In particolare, il romanzo storico incontrò grande fortuna presso i romantici. Il più celebre romanzo storico che diede avvio a una vera e propria moda letteraria fu Ivanhoe (1820) dell'inglese Walter Scott.
- Fermo e Lucia (1821–23): prima stesura, inedita fino al Novecento. Lingua lombarda e dialettale. Eccessivo ricorso a digressioni. Narrativa a blocchi separati.
- I promessi sposi "ventisettana" (1825–27): pubblicata in tre volumi tra il 1825 e il 1827 presso l'editore Ferrario a Milano. Vengono eliminate molte digressioni, migliorata la delineazione psicologica dei personaggi. La lingua è toscana ma ancora poco spontanea.
- I promessi sposi "quarantana" (1840–42): l'edizione definitiva, in 108 fascicoli settimanali illustrati dalle xilografie di Francesco Gonin. Revisione linguistica completa basata sul fiorentino parlato dalla borghesia colta, dopo il soggiorno fiorentino del 1827 ("risciacquatura in Arno").
Il romanzo, ambientato nella Lombardia del Seicento, racconta le travagliose vicende di due giovani popolani, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, entrambi filatori di seta in un paese sul lago di Como e in procinto di sposarsi. Il loro matrimonio viene impedito da un prepotente signorotto locale, don Rodrigo, che fa minacciare il curato del paese, don Abbondio, dai suoi bravi affinché non celebri il rito. I due giovani, fallito il tentativo di un matrimonio a sorpresa, abbandonano il paese. Dopo innumerevoli peripezie — Lucia rapita dal potente innominato e Renzo coinvolto in una sommossa popolare a Milano — i promessi sposi riusciranno a ricongiungersi e a celebrare le nozze.
Nella versione definitiva il romanzo si compone di trentotto capitoli con un'Introduzione. La critica moderna ha individuato sei nuclei tematici o "macrosequenze", intervallati da quattro digressioni di carattere narrativo o storico:
- I: i due fidanzati si preparano al matrimonio che viene impedito dall'intervento di don Rodrigo; sono costretti a lasciare il paese (capp. I–VIII). — Prima digressione: storia della conversione di Padre Cristoforo (cap. IV).
- II: Lucia va a Monza e cerca rifugio presso il convento di Gertrude (prima metà del cap. IX). — Seconda digressione: storia della monaca di Monza (seconda metà del cap. IX e cap. X).
- III: Renzo va a Milano e partecipa ai tumulti; viene arrestato ma riesce a fuggire nel bergamasco (capp. XI–XVII). — Terza digressione: colloquio tra il Conte Zio e il Padre Provinciale dei cappuccini; storia dell'innominato (capp. XVIII–XIX).
- IV: Lucia viene rapita e portata nel castello dell'Innominato; dopo la sua conversione è ospitata a Milano da Don Ferrante (capp. XX–XXVI). — Quarta digressione: la carestia, la Guerra del Monferrato e la peste (capp. XXVII–XXXII).
- V: Renzo in viaggio e poi a Milano durante la peste (capp. XXXIII–XXXV).
- VI: ricongiungimento dei due giovani, matrimonio e loro trasferimento nel bergamasco (capp. XXXVI–XXXVIII).
Descritto come un onesto lavoratore, ma ne è sottolineato il carattere impulsivo che lo spinge a ribellarsi alle ingiustizie e a finire nei guai. Gli eventi lo portano a maturare e ad acquisire una chiara consapevolezza di ciò che gli è accaduto, secondo un vero e proprio percorso di formazione.
È una giovane mite e riservata, che sembra esternare le proprie emozioni solo arrossendo e che accetta con intima sofferenza le disavventure di cui è protagonista. Lucia sembra un personaggio passivo, ma Manzoni ne fa il vero personaggio chiave della vicenda: è lei che incontra i grandi personaggi del romanzo (la monaca di Monza, l'innominato, il cardinale Borromeo) e che assume un ruolo determinante nella conversione dell'innominato. Lucia è il personaggio attraverso cui si realizza la volontà di Dio.
Il curato che dovrebbe celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, ma che rifiuta di compiere il proprio dovere in seguito alle minacce dei bravi di don Rodrigo. Manzoni lo descrive come vigliacco (celebra la massima del cardinale Borromeo: "Il coraggio, uno non se lo può dare"). È un modello negativo della religione asservita al potere. Eppure Manzoni, pur mostrandolo biasimevole, lo presenta spesso con tratti umoristici: rappresenta l'uomo comune, capitato in mezzo a vicende più grandi di lui, interessato solo al suo quieto vivere.
Il signorotto spagnolo del paese in cui abitano Renzo e Lucia. È giovane, vanitoso e potente, invaghitosi di Lucia, impedisce il matrimonio dei due giovani. Incarna la figura del potente al di sopra delle leggi e soverchiatore, nonché quella del libertino privo di scrupoli. Muore di peste.
In parte ispirato al nobile lombardo Francesco Bernardino Visconti. Manzoni lo raffigura come un uomo potentissimo ed estremamente malvagio, ma fa anche un simbolo del potere salvifico della grazia. Dopo aver rapito Lucia per conto di don Rodrigo, l'innominato cade in preda a una crisi che culmina nella sua conversione, favorita anche dall'incontro con il cardinale Federigo Borromeo.
Il frate cappuccino che cerca di aiutare i due giovani. Rappresenta un modello ideale di religioso: umile, pronto a sacrificarsi per gli altri, energico e coraggoso con i potenti. È introdotto nel romanzo con una lunga digressione che racconta la storia del suo passato e il motivo della conversione (da giovane aveva ucciso un uomo in un duello).
Personaggio ispirato a una figura storica reale, la nobile spagnola Virginia de Leyva, costretta dal padre a prendere i voti contro la sua volontà. Gertrude è una figura negativa, ma anche una vittima. Legata al suo amante Egidio da una torbida relazione, non esita a tradire Lucia.
Importante personaggio storico, modello per eccellenza del religioso nel romanzo. È il solo che abbia il potere di opporsi con efficacia ai piani di don Rodrigo, prende sotto la sua protezione Lucia, rimprovera don Abbondio, e ha un ruolo fondamentale nella conversione dell'innominato. È il simbolo della Chiesa nel suo ruolo morale e sociale.
I Promessi sposi sono stati definiti il "romanzo della Provvidenza". Nonostante il lieto fine della vicenda, dopo tutti i pericoli corsi dai due protagonisti, si può dire che dimostri l'esistenza di una Provvidenza divina. Il sentimento di cristiana rassegnazione di Lucia, le vie che dispiega il disegno divino, appaiono incomprensibili a molti personaggi del romanzo. L'unico che mostra in ogni frangente una fiducia incrollabile è padre Cristoforo.
La scelta di presentare gli umili come protagonisti risponde all'esigenza di dare voce alla massa anonima che non aveva mai trovato spazio nella storiografia tradizionale. Le vicende degli umili assumono un significato universale, mentre le disgrazie che li colpiscono rientrano in un progetto provvidenziale che li destina alla beatitudine eterna.
Il romanzo presenta una netta opposizione tra queste due realtà: da un lato la ridente campagna lombarda, descritta già nell'incipit del primo capitolo; dall'altro la grande città di Milano. Il commiato lirico di Lucia al momento di lasciare il paese ("Addio, monti", cap. VIII) identifica la dimensione rurale come luogo di pace e serenità in antitesi con le "città tumultuose".
Il finale dei Promessi sposi è spesso discusso: è davvero un "lieto fine"? In apparenza sì. Eppure nell'ultimo capitolo vi sono numerosi interventi del narratore che sembrano ridimensionare la conclusione felice: Renzo e Lucia si sposano, ma lo stesso Renzo trova «disgust i bell'e preparati» nel nuovo paese. Sembra quasi che Manzoni ironizzi sulla conclusione della sua opera, anticipando la condanna del romanzo storico che tratterà nel saggio Del romanzo storico.
Tutta la storia raccontata nei Promessi sposi si regge sulla finzione del manoscritto ritrovato. Manzoni immagina di aver ricavato la sua storia dal manoscritto di un Anonimo del Seicento e di averla "tradotta" in una lingua comprensibile al pubblico contemporaneo. Questo doppio livello della narrazione gli consente di riflettere criticamente sugli avvenimenti e di prendere le distanze dalla mentalità del Seicento.
Il narratore dei Promessi sposi è un narratore onnisciente, che sa tutto dei personaggi, controlla e manipola dall'alto l'intero svolgersi della vicenda e ha il potere di interrompere gli eventi inserendo digressioni o commenti. Nel corso del romanzo, il narratore si rivolge spesso ai suoi lettori, chiamati in causa come «i miei venticinque lettori».
La revisione linguistica dei Promessi sposi occupò Manzoni per circa un ventennio. Il problema era quello di uno scrittore non toscano che lavorava a un'opera mezzo storica e mezzo fantastica, mancando di espressioni proprie per i suoi concetti.
Mentre il narratore e i protagonisti usano un linguaggio ispirato al fiorentino colto, per caratterizzare alcuni personaggi minori sono impiegati registri linguistici diversi, con risultati spesso comici. È il caso dell'avvocato Azzecca-garbugli, con cui Manzoni intende fare una parodia del complicato linguaggio giuridico; ma anche di don Ferrante o dell'Anonimo del manoscritto, che rappresentano la vuota ampollosità dello stile barocco.
I Promessi sposi mostrano una vasta gamma di personaggi di diversa estrazione sociale con l'effetto di una grande varietà di toni dal comico al tragico, al lirico. Comiche le scene di don Abbondio alle prese con i bravi; è tragico l'episodio della madre di Cecilia o quello della conversione dell'Innominato; è lirico il commiato di Lucia dal paese natale. Ma nel romanzo non manca anche l'ironia, con un duplice scopo: condannare gli usi e i costumi del Seicento, e suscitare il sorriso nei lettori.
Seconda metà '700 — inizio '800
Grecia e Roma antiche
Bellezza, armonia, proporzione, "bello ideale"
Primato della ragione e dell'equilibrio
Ordinata, serena, luogo di armonia
Imitazione dei classici, regole rigorose
Eroe classico virtuoso, misurato
Aulico, mitologia, endecasillabo, sintassi solenne
Educativa, eternatrice, civilizzatrice
Fine '700 — metà '800
Medioevo, popolo, nazione, natura
Libertà, autenticità, passione, Sehnsucht
Primato del sentimento e dell'irrazionale
Mistica, selvaggia, specchio dell'anima
Creazione spontanea del genio, libertà totale
Eroe titanico o vittimistico, in conflitto col mondo
Libero, semplice, frammento lirico, generi misti
Espressiva, nazionale, civile (in Italia)
- Entrambi nascono come reazione alla crisi dell'Antico Regime e alla Rivoluzione Francese
- Entrambi attribuiscono all'arte una funzione elevata nella società
- In molti autori (Foscolo, Manzoni) i due movimenti coesistono nella stessa opera
- Entrambi valorizzano la poesia come strumento di conoscenza e di educazione
Foscolo
- Laico e materialista
- Le "illusioni" come risposta al nichilismo
- Forma neoclassica, temi preromantici
- Autobiografismo intenso
- Pessimismo storico senza redenzione religiosa
- Esilio come condizione esistenziale
Manzoni
- Cattolico e provvidenzialistico
- La fede come risposta al male della storia
- Romantico nella forma, morale nel fine
- Protagonisti umili e anonimi
- Pessimismo storico redento dalla Provvidenza
- Impegno civile attraverso la letteratura